On Air Stiamo trasmettendo:
The Golden Age

Parola di DJ

newsletter
Vuoi essere informato su tutte le novità di Radiogas?
Iscriviti alla nostra newsletter
Scrivi la tua email



David Bowie - La trilogia Berlinese

La trilogia berlinese:
Low, Heroes e Lodger

La parabola discendente della sperimentazione compositiva del connubio Bowie/Eno


È interessante vedere come alcune certezze siano destinate a sgretolarsi, o come alcune voci, del tutto infondate e semplicemente smentibili, assurgano nel tempo allo status di verità.

A esempio ci vuole molto poco per appurare che Low, universalmente considerato il primo album della cosiddetta "trilogia berlinese" di Bowie, è stato per la maggior parte ideato e registrato a Parigi, mentre il capitolo conclusivo, Lodger, Berlino non l'ha neppure vista di sfuggita, e che il produttore di questi tre lavori non è Brian Eno, ma bensì Tony Visconti 

Ma andiamo con ordine e facciamo un passo indietro tornando al 1976 quando un Bowie all'apice del suo successo musicale, vedeva la sua vita sgretolarsi pian piano devastata dall'abuso di cocaina, tanto dire anni dopo in un'intervista "Penso di essermi trovato sul punto di diventare il protagonista dell'ennesimo decesso nel mondo del rock.". A questo erano poi da aggiungersi le fobie derivate dal successo stesso e i problemi con la moglie, che avrebbero portato di lì a poco la coppia al divorzio.

Low in questo senso fu una vera e propria salvezza, una terapia per disintossicare anima e corpo e il primo concreto cambio di direzione della carriera della rock star, che negli anni avrebbe saputo poi reinventarsi innumerevoli volte e anticipare, anzi, creare in prima persona tendenze tra loro assai diverse.
Nell'estate del 1976 Bowie e l'amico Iggy Pop, anche lui molti vicino all'orlo del baratro, decisero di trasferirsi nel continente. Vicino a Parigi, allo Chatéau d'Herourville, lo studio dove era già stato realizzato Pin Ups, Bowie decise di riprendere in mano alcune idee che dovevano confluire nella colonna sonora de L'Uomo che cadde sulla Terra di Nicholas Roeg, ma che per mancanza di tempo erano state accantonate. Ma definire Low una semplice colonna sonora sarebbe riduttivo, anche se a tratti suggerisce precise atmosfere, e suggestioni molto simili a quelle del film. Il nuovo arrivo più importante tra i musicisti che lavorarono all'album è sicuramente quello di Brian Eno, ex Roxy Music, ma che con i suoi lavori solisti aveva fortemente colpito Bowie. Dal canto suo Eno considerava alcuni album del collega, come ad esempio Station To Station, tra i più grandi dischi di tutti i tempi. David voleva che il suo nuovo lavoro fosse un disco puramente sperimentale, nulla gli importava in quel momento di vendite, case discografiche e critici, e proprio per questo l'apporto di Eno fu quanto mai essenziale per vagliare e scoprire strade nuove (anche se va riconosciuto che parte del merito è da attribuire sicuramente anche a Visconti).

Brian Eno assunse quasi il ruolo di direttore d'orchestra, capace di guidare gli altri musicisti verso improvvisazioni aleatorie e nuovi modi di lavorare, nonostante l'iniziale diffidenza di alcuni di questi. È il caso ad esempio delle carte di strategie oblique che Eno aveva ideato l'anno precedente insieme a Peter Schmidt e che davano agli esecutori indicazioni del tipo "enfatizza gli errori" o "riempi ogni battuta con qualcosa".
Ma a risentire dell'effetto Eno non era solo la musica, fortemente influenzata anche dall'elettronica che in quegli anni vedeva i suoi più alti esempi in gruppi come i Krafwerk e i Tangerine Deam, ma anche i testi di Bowie che si fecero più criptici, scarni e frammentati, offrendo, dove presenti (ricordiamo che praticamente la metà dei pezzi di Low sono strumentali, riallacciandosi all'originale scopo di colonna sonora), una sfilata di paranoie private, soprattutto nella prima facciata del disco, in cui l'autore stesso ammise di aver riposto tute le sue psicosi e la sua autocommiserazione, come in una sorta di terapia (vedi ad esempio brani come Sound And Vision e Always Crashing In The Same Car).
Berlino arrivò dopo, solo per il lavoro finale, con tutto il materiale già registrato, ma, con il suo perfetto scenario urbano post apocalittico, molto simile per certi versi a quello immaginato da Bowie in Ziggy Stardust e Diamonds Dogs, lasciò un marchio indelebile sul suono di quest'album. E sebbene Brian Eno risulti coautore solo di un brano (Warszava a cui Eno lavorò in parte da solo durante un'assenza di Bowie dagli studi parigini), e suoni solo in sei delle undici tracce incise, lasciò anch'egli, forse ancora più di Berlino, un marchio indelebile sia su Low, sia su David Bowie stesso e sul suo metodo compositivo.
L'album, rilasciato dopo un breve braccio di ferro con la RCA nel gennaio del '77, senza troppa pubblicità e senza neppure un tour promozionale, ebbe recensioni discordanti per la sua presunta "inaccessibilità", ma in linea di massima lasciò i suoi critici più disorientati che interdetti, forse perchè troppo intenti a studiare il vero e proprio fenomeno del momento, l'anarchia dissacrante del punk dei Sex Pistols (che pure molto dovevano a personaggi come David Bowie). A dare un senso a Low serviva un nuovo album, che Visconti avrebbe definito anni dopo "la versione molto positiva di Low". Così a maggio Bowie, Eno,Visconti e tutti i musicisti che avevano partecipato alle session precedenti si trovarono nuovamente in studio di registrazione, questa volta all'Hansa by the Wall Studio 2 a Berlino, un'ex sala da ballo convertita in studio di registrazione ad appena poche centinaia di metri dal muro. Un grande apporto a questo album fu dato da un nuovo chitarrista che si aggiunse al gruppo, Robert Fripp, che appena in una notte registrò al primo tentativo tutte le sue parti e lasciò l'allegra brigata per tornarsene a casa.

Anche questa volta l'apporto di Eno sulle sperimentazioni aleatorie e tecnologiche fu notevole anche se a dire il vero l'album, che avrebbe poi preso quasi per caso il titolo di Heroes (prendendo il titolo dall'unica vera e propria canzone narrativa presente in questo lavoro) non è altro che una rifinitura, un consolidamento della via intrapresa con l'album precedente. Però sta di fatto che, forse trainato da slogan come "C'è l'Old Wave, c'è la New Wave e c'è David Bowie" e dalle molte apparizioni promozionali di Bowie (contrariamente quanto era successo per Low), l'album ebbe un unanime consenso di pubblico e di critica, tanto da divenire addirittura l'album dell'anno di Melody Maker. Più accessibile e meno frammentario del precedente, Heroes ne manteneva però la struttura, ponendo le sperimentazioni musicali nel secondo lato e dando un'impressione molto più allegra di Low, anche se forse più inebetita, in quanto frequenti sono, sia nei testi sia a livello musicale, i riferimenti allo stato di ubriachezza, problema che aveva sostituito l'abuso di cocaina nel periodo berlinese di David.

  

Ma in Heroes si ritrova musicalmente, attraverso l'uso di vari strumenti etnici (vedi ad esempio il koto in Moss Garden e le sonorità mediorientali di The Secret Life Of Arabia), anche un senso di cosmopolitismo tipico di Berlino e soprattutto tipico di Bowie, che sarebbe poi esploso in Lodger.

Come ha detto l'autore stesso "Io credo in questi due lavori più che in qualunque cosa fatta prima [...] C'è molto più cuore ed emozione in Low e nel nuovo album [Heroes]."
A completare la trilogia mancava ancora però un tassello Lodger per l'appunto, la parabola discendete secondo molti delle sperimentazioni della coppia Bowie-Eno.
Come già era successo in parte con Low, a dir la verità anche Lodger non ha nulla a che fare con Berlino, né musicalmente né logisticamente in quanto fu registrato tra la Svizzera e New York City. Come per i lavori precedenti vigeva la regola che un errore ripetuto più volte fosse un arrangiamento, e quindi bisognava creare l'atmosfera giusta per favorire il proliferare di questi errori (fino a invitare i musicisti a scambiarsi gli strumenti, cosa che Bowie fece durante le registrazioni di Boys Keep Swinging)
Ma le session furono spente per molti turnisti americani che vedevano Bowie e Eno come due professori fin troppo tradizionali. Per assurdo in quest'album, in cui a Eno fu data molta più libertà che nei precedenti, si ritrova molto più raramente la presenza del musicista. Furono in molti a presagire che la collaborazione tra i due avesse toccato il culmine con Heroes e si stesse ora esaurendo.
 La composizione di Lodger appare di gran lunga più convenzionale, sia nella musica che nei testi, che non vennero improvvisati come in precedenza, ma scritti in un secondo tempo rispetto alle registrazioni, e che si tinsero di argomenti politici d'attualità come la corsa agli armamenti di Fantastic Voyage. Eno fu scettico sulla riuscita dell'album, come lo furono anche i critici che lo sottovalutarono con recensioni tiepide se non negative alla sua uscita nel maggio del 1979.
In realtà Bowie era già lontano anni luce dai due album precedenti, distaccandosi da tutta quella schiera di cloni che avevano intrapreso la sua stessa strada andando in pellegrinaggio a Berlino, e ammiccando al tempo stesso a un fenomeno che sarebbe esploso qualche anno dopo, ossia quello della world music che avrebbe visto i suoi baluardi in Paul Simon e in Peter Garbiel.
Insomma, possiamo accomunare questi tre album come una parentesi eterogenea, che segna però un unico percorso inverso dalla sperimentazione intrisa di alea e elettronica di Low, con i suoi testi frammentati, apparentemente senza senso , e i suoi lunghi strumentali, alla transizione di Heroes, in cui l'equilibrio tra Bowie e Eno, tra sperimentazione e tradizione, tra cripticità e comprensibilità, sembra toccare l'apice, a Lodger, un album da suono quasi pop, in cui i testi, incentrati soprattutto sul tema del viaggio, riprendo la loro centralità nella composizione veicolando un messaggio chiaro, e in cui il mondo con i suoi suoni, fa capolino a più riprese. Un album forse sottovalutato, ma che segna una tappa importante nella carriera di Bowie e l'ennesimo azzeccato cambio di direzione che introdusse il fu Ziggy Stardust nel nuovo decennio che stava per iniziare.

 

 Francesca Ferrari